19  Outubro 2017   Portughese Italiano

Cartas

Come nasce la Chiesa (em Italiano)

Come nasce la Chiesa


“Abito qui da 20 anni, ma non avevo mai visto un padre entrare nella nostra favela”. Queste parole di “dona” Ada ci convincono che si, siamo sulla strada giusta. Quando in 2003 i vescovi del Brasile avevano lanciato il piano pastorale “Vogliamo vedere il Signore”, noi ci avevamo creduto da subito. L’idea centrale era chiara: “noi cattolici – scrivevano i vescovi – siamo molto bravi in attività “interne”(celebrazioni, catechismo, ecc), ma non facciamo quasi nulla fuori dalla parrocchia, per avvicinare chi ha lasciato la chiesa, chi é distante da Dio... É necessario uscire, andare a trovare chi é lontano là, nella propria casa.”

Così, dopo un anno di preparazione, eravamo partiti con le visite di casa in casa, tutte le domeniche pomeriggio. Un lavoro faticoso, a volte umiliante. Porte chiuse, derisione e attacchi da parte delle sette protestanti era stato il nostro pane quotidiano. Ma anche tanta accoglienza, sorpresa, attesa. Tanti cuori preparati a riceverci, persone umili che ci dicevano con lo sguardo “oggi il Signore é entrato nella mia casa”. Come dona Ada, che abita nella favela più grande della parrocchia. Quasi 3.000 abitanti ammucchiati in stanzette schiacciate una sull’altra, senza finestre, senza aria per respirare. L’odore di muffa regna sovrano insieme a quello degli scarichi che si rovesciano nell’immancabile torrentello, ridotto a un rigagnolo di liquame. Salvo poi ingrossarsi di colpo e straripare alla prima pioggia torrenziale. Avevamo deciso di iniziare proprio dall’area più povera, la favela del Guacurí. E là, piú che in altre parti, abbiamo trovato l’accoglienza migliore. Il Vangelo parla il linguaggio dei poveri, sembra che loro lo capiscano più facilmente.

Piano piano abbiamo imparato come fare: con le visite nasceva un rapporto. Invitavamo a partecipare alla Messa che si sarebbe celebrata in una delle case della favela. Molti non erano battezzati, li abbiamo avvicinati alla catechesi. Alcuni si sono sposati dopo anni di convivenza; altri avevano bisogno di alimenti, vestiti, medicine... Altri ancora volevano solo che qualcuno li visitasse per pregare insieme a loro. Abbiamo cercato di prenderci cura dell’anima e del corpo.

Dopo più di un anno di visite, sentivamo che non era sufficiente quel che stavamo facendo. Il popolo della favela ci aveva accolto così bene che... ci sembrava che Dio volesse dirci qualcosa. Abbiamo pregato, una domenica pomeriggio, e ci é venuta l’idea: perché non iniziamo una nuova comunità là dentro? Bisognava trovare una famiglia che ci aprisse le porte, che diventasse l’inizio di una nuova presenza di fede. Ci eravamo affidati a Maria, la “casa di Dio” per eccellenza. Uma domenica, dopo ore di ricerca sotto la pioggia avevamo incontrato Fatima, una mamma piccola dal cuore grande che subito aveva detto si (vedi articolo su MeM del giugno 2007). Fatima, Maria di Fatima. Chi meglio di lei?

É passato più di un anno da quell’inizio. Tutte le settimane qualcuno é sceso, dalla parrocchia alla favela, dapprima riunendo i bambini per giocare e insegnare il catechismo. I bambini sono “merce” che abbonda, in favela. Subito i primi frutti: un drappello di chierichetti e chierichette, fedeli e entusiasti, popolano fino ad oggi le nostre messe. Con loro sono arrivate le mamme: Josefa, Vitoria, Diana, Cida... Qualcuno non sa neppure leggere e scrivere, ma il rosario lo dice, ogni settimana in una casa diversa: e così si aggiungono sempre più famiglie, nuovi cuori che si riavvicinano a Dio.
La comunità cresce: bisogna darle un nome! Quale? Papa Benedetto XVI ci da una mano: nel maggio 2007 viene in Brasile per canonizzare frate Antonio di Sant’Anna Galvão, il primo santo brasiliano al 100%. Non ci sono dubbi: é lui! La comunità si intitolerà a “Frei Galvão”, come é conosciuto da sempre.

Da allora continuano gli incontri, le visite nelle case, i rosari, gli aiuti di una famiglia all’altra. La comunità comincia a prendere forma. Ha il volto di tante persone, soprattutto donne, che adesso sentono Dio piú vicino, la Chiesa una nuova famiglia alla quale sono felici di appartenere. Noi padri quasi non interferiamo: si va solo a celebrare la Messa nelle loro piccole case, sempre stretti, a volte schiacciati. Troppi fedeli per quelle mini-chiese domestiche. Ma quanta festa! Non c’é celebrazione che non termini con una torta, anche piccola...

Finché arriva il grande giorno: il 25 ottobre é la festa di S. Frei Galvão. Nella casa di “dona” Lourdes c’é aria di evento importante. Appare persino una videocamera: sí, é giusto filmare la S. Messa ufficiale di apertura della nuova comunità. Fa tenerezza vedere come si sono preparati: saremo si e no 25 persone (sempre schiacciati, chiaro), ma ci sono i fogli con i canti, il commento iniziale, l’offertorio con i doni. Hanno addirittura composto un canto a Frei Galvão! Durante la messa, mi emoziono quando penso che dev’essere successo proprio così, all’inizio della Chiesa. Un piccolo gruppo, magari un po’ scalcinato, si é ritrovato per ricordare l’ultima cena di Gesù: “Fate questo in memoria di me”. E da lì, poco a poco la comunità é cresciuta, ha costruito chiese, cattedrali, ha fatto storia e cultura. La fede dei primi e pochi cristiani ha invaso il mondo intero.

Mentre ascolto i canti un po’ stonati ricordo che é in questo modo – mi hanno detto - che é nata anche la mia parrocchia e le altre che ci circondano. Da un gruppetto di persone semplici e semi analfabete... É così che nasce una comunità nuova. É così che é nata la Chiesa, si é diffusa, é arrivata fino a noi. Grazie a Dio.

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